In memoriam
Prof. Umberto Nicolini
26 gennaio 2008
Carissime e Carissimi, all'inizio di gennaio (scusatemi se vi scrivo solo ora, sono un ex-carducciano un po' distratto....,) è mancato Umberto Nicolini, professore di Ginecologia e Ostetricia dell'Università degli studi di Milano. Era un ex-carducciano, mio compagno di classe (maturità 1970). Vi comunico la cosa infausta perchè Nicolini era primario al Buzzi, dove in questi anni aveva condotto una seria battaglia anti-ideologica nel suo campo, difendendo i diritti e la salute delle donne e, al contempo, dandosi molto da fare per la vita dei nascituri. Era un "superspecialista" in analisi pre-natale, isomma una vera, come si dice, "autorità" a livello nazionale e internazionale.
Ugo Fabietti
Vorrei dire due parole sul prof. Nicolini, per me maestro esemplare in questi anni al Buzzi.
Ex carducciano, compagno di classe dei miei genitori, per caso ritrovato come professore di ginecologia all'università prima e mio primario poi.
Medico di grande umanità, ricercatore arguto, professore esigente ma sempre disposto all'ascolto. Mancherà a tutti quelli che hanno avuto il piacere di lavorare con lui ma mancherà anche la sua intelligenza in questi tempi difficili per l'ostetricia e nelle scelte politiche e sociali (vedi discussione su 194).
Isabella Fabietti
Prof. Mario Zambarbieri
25 gennaio 2008
Carissime e Carissimi,
purtroppo mi è stato appena comunicato che il Professor Zambarbieri è mancato...
Abito nello stesso condominio, e oggi è giunta la triste notizia.
Si sapeva che ultimamente non stava molto bene, ma non pensavo che ci stesse per lasciare.
Il destino ha voluto che, settimana scorsa, mentre uscivo di casa per andare a lavorare, lo incrociassi proprio mentre gli infermieri della Croce Rossa lo portavano in ospedale.
Era sorretto a braccia, ma vestito, col suo cappotto, il suo cappello.
Nonostante la crisi del momento, prima di andare via mi ha fatto un sorriso e inviato con la mano, come era solito fare lui quando ci si incontrava, un bacio.
E' questo il saluto del Professore che giro a tutti Voi, Care Amiche e Cari Amici del Carducci, in questo tristissimo momento.
Pasquale Runfola
Mi unisco di cuore alle parole di Gattinoni.
Il prof. Zambarbieri, (Bambina, hai paura di me? Non devi, non devi) sarà un ricordo indimenticabile.
La sua attività non si limitava all'insegnamento di latino e greco, ma si estendeva all'insegnamento della vita, tessendo un parallelo continuo tra l'antichità ed il mondo moderno, non certo dal punto di vista tecnologico, ma da quello della psiche umana.
Essere cresciuti a quella scuola ha reso più facile l'affrontare le difficoltà che si incontrano quando si diventa grandi
Paolo Giacomoni
Con il Professor Zambarbieri, per alcuni di noi, se ne và una parte di vita. E lo capisce chi ha avuto la fortuna di averlo come Maestro, e di essere stato in sintonia con lui.
Luciano Gattinoni
Vorrei anch'io lasciare, un ricordo per il Prof. Zambarbieri mio maestro nel triennio del Liceo.
Ricordo in lui un'umanità mai banale, un'attenzione agli studenti sempre precisa e rassicurante, una cultura grandissima ma comunicata nella maniera tale da non abbattere chi, come noi, poca cosa eravamo.
Un maestro di vita che si ricordava di mandarti le cartoline dalle vacanze, con la squisita cortesia di scrivere, nell'indirizzo, prima del tuo nome Stud. e poi dopo la maturità Stud.Univ:, in risposta a quelle da te mandate ovviamente con l'indicazione di Prof.
Ne ho davanti agli occhi una, che conservo da tempo come prezioso segnalibro al testo che più mi consola "Jean Giutton - Lettres ".
Chissà se un giorno riuscirò a riscriverLe, Caro prof. Zambarbieri, una altra, ultima lettera.
Angelo Giovanetti - Corso E maturità 1976/77
Per chi non l'avesse letto, mi permetto di riportare un necrologio apparso oggi sul Corriere:
Omero, Agamennone, Ulisse, Patroclo, Sofocle, Eschilo, Euripide, Saffo, hanno certamente accolto con benevolenza, stima e riconoscenza il prof. Mario Zambarbieri che li ha raggiunti. Con altrettanta stima e gratitudine, per quella parte del suo insegnamento che vive in loro, suoi allievi, ma anche con profondo affetto e dolore lo salutano Pietro Frontali, Clara Peroni, Silvana Bianchini, certi di interpretare il sentire di tutti i loro compagni della sezione E del 1964 del Carducci che hanno avuto la fortuna di essere suoi discepoli.
Giovanni Scirocco
Addio al professore del «Carducci» che insegnò ad amare Iliade e Odissea
Pubblicato il 3 febbraio 2008 - Corriere della Sera
Autore: Brevini Franco
Prof.ssa Maria Carla Burri
16 gennaio 2008
Purtroppo, la Prof.ssa Maria Carla Burri è mancata pochi giorni fa.
Il funerale si è svolto questa mattina. Ne ho avuto notizia solo ieri sera, quindi non ho fatto
in tempo ad avvisarvi, nel caso qualche suo ex-studente come me avesse desiderato partecipare alla cerimonia.
La prof.ssa Burri è stata docente di Lettere al Ginnasio per tantissimi anni, mia (Sez. A, 1979-1981) e di chissà quanti altri carducciani. Devo quasi interamente a lei quanto imparai di Latino e Greco al Carducci. Se sfoglio Grammata, mi sembra di sentire ancora la sua voce. Il suo impegno, competenza e passione sono d'esempio per tutti i suoi ex-studenti che ora sono dall'altra parte della cattedra. Il suo ricordo sarà sempre vivo.
Stefano Bregni
Camillo Pedrotti
5 novembre 2006 Cimitero di Lambrate
Caro Camillo, non ci siamo mai scritti lettere, io e te. Tra maschi non si usa, neanche quando un legame di affinità tiene uniti per tutta la vita, e oltre.
Perciò ora faccio fatica a trovare, non le parole, ma il tono. Vorrei lasciarmi andare, ma ci sono tante persone che mi ascoltano e che ti hanno voluto bene. Mi sento un poco a disagio.
La nostra non è mai stata un'amicizia tra adolescenti, ma da adulti, anche se quando ci siamo conosciuti io portavo ancora i pantaloni corti. Ma ero l'unico della classe.
Ti ho preso come modello, per alcune cose. Quando a vent'anni sei passato in Vespa dal campeggio di Cavi con il ferro da stiro nello zaino, mi hai folgorato. Ho capito allora che la libertà passa anche dal sapersi stirare le camicie da soli.
Strana generazione, la nostra, abbiamo preso tutto molto sul serio, sin da ragazzi. Troppo sul serio per fare le cose ci avevano insegnato. Abbiamo cercato di inventarci la vita, ma non ci è riuscito sempre bene.
Noi due abbiamo avuto ciascuno una sola figlia diletta, e altre figlie non nostre ma altrettanto amate. Abbiamo fatto insieme i babbi skilift sulle nevi di improbabili località alpine. Abbiamo tenuto insieme i pezzi della nostre famiglie modulari. Insomma abbiamo fatto del nostro meglio. Per esempio, non abbiamo mai ammazzato le nostre prime mogli, e di questo qualcuno ci renderà merito, anche se a quest'ora, come dicevi tu, saremmo già stati fuori di galera.
Abbiamo lavorato sodo, sempre e a modo nostro, ma non abbiamo messo un soldo da parte. Stiamo ancora pagando il mutuo, però ci possiamo guardare in faccia e nello specchio.
Per anni abbiamo giocato a carte per avere un'occasione di parlare dei nostri problemi, con cinismo e pudore, e quello che mi dicevi non mi arrivava mai scontato. A volte eri tu il fratello maggiore, a volte ero io.
Dieci anni fa, il primo Capodanno a Parigi lo abbiamo passato insieme, come dice Mario, nel mio armadio di rue Tiquettonne, e tu hai camminato per tre giorni nel freddo come non ti ho mai visto fare. Tu che prendevi l'ascensore per scendere un piano di scale.
Con Paola ti abbiamo trovato per terra l'altra sera, circondato da quattro o cinque energumeni che te le davano sodo. Volevo intervenire in tua difesa, come ai bei tempi, ma non erano fascisti. Erano brave persone vestite di arancione che non volevano rassegnarsi a capire che eri già morto. Sul tavolo c'era il leggio con un libro ancora aperto, da un lato la trinitrina, dall'altro il sigaro acceso. Ci siamo dati a vicenda delle teste di cazzo una infinità di volte, e non voglio ripetermi. Ma questa volta ho l'impressione che tu l'abbia fatto apposta.
Giulia dice che te ne sei andato in un modo che corrisponde molto alla tua particolare sensibilità, molto più della discrezione: senza disturbare nessuno, quando ti sei sentito tranquillo che tutto fosse a posto, di venerdì sera, con davanti il week end per sistemare tutto. Non so se è vero...
Però quando ti abbiamo steso sul letto, nella tua stanza della nuova casa che mi avevi fatto vedere con soddisfazione quasi infantile, avevi un volto disteso e sereno, come da tempo ormai ti vedevo di rado. Non sembrava che avessi appena finito di essere pestato per più di mezz'ora. Solo i capelli un po' scarruffati sulla tempia sinistra, come ti capitava spesso negli ultimi tempi.
Sul comodino c'era una pila di libri, metà di fantascienza, vecchi Urania, e metà di scienza. Non hai mai smesso di essere curioso, soprattutto delle idee e delle grandi teorie. Ricordo quella volta che io, passando in tua assenza a ritirare la posta dalla casa di via Calvino di cui condividevamo le chiavi, ho visto sul tavolo che stavi leggendo un libro di fisica e ti stavi appuntando uno schema delle forze fondamentali. Allora ti ho lasciato un biglietto per dirti che l'elettromagnetica e la debole erano state da poco unificate in un'unica forza, e sapevo che quello era un codice che non avrei potuto condividere con altri.
Uno degli infermieri che ti avevano menato, a fin di bene, mi ha chiesto che cosa erano le croste che avevi sulle braccia. Non te l'ho mai chiesto, è sempre rimasto un tabù tra di noi. Gli ho risposto che ti grattavi involontariamente per nervosismo. Poi sono andato in bagno e ho fatto pipì nell'orinatoio di cui eri tanto orgoglioso. Tu e Gino mi avevate promesso che sareste venuti a pisciare sulla mia tomba, ricordi? Questa non l'hai mantenuta.
Mi sento molto più solo oggi, però venendo via dalla tua casa, l'altra sera, ho finalmente trovato anche le lacrime che non ero riuscito a piangere alla morte di mio padre, quando avevo 19 anni. E poi a quelle di Raffaele e del Popi.
Mi resta molto di te, sparso un po' da tutte le parti. Per esempio i tuoi modi di dire, che per tutta la vita ho assorbito e ripetuto senza neppure sapere da dove venissero, ma che mi sembrano così evidenti. Quest'estate in Cina, con tanti amici, mi è venuto fuori quello dei "pezzi di vigile", e ho fatto una gran fatica a cercare di spiegarlo agli altri. Né penso di riuscirci adesso. Altro che lessico familiare: "El gha dito cuiaton!".
Ti ho invidiato anche, vedendoti così lontano, sereno e irraggiungibile, su quel letto. Ma mi vergogno a dirlo, e perciò la chiudo qui questa lettera, Cami, e ti saluto.
Roberto Satolli
Scarica il filmato, spezzone di una partita di calcio del 1966 tra II E e II B in cui si vedono Camillo Pedrotti e Roberto Satolli in porta (764 KB, formato Windows Media Video)
Foto di Camillo Pedrotti
Leggi l'articolo in terza pagina di Camillo Pedrotti dal giornalino studentesco "Mr Giosuè" (1,3 MB, formato Adobe Acrobat)
Prof. Ettore Cuzzi
Corriere della Sera del 7-02-2006
Una vita in cattedra. Fece amare i classici agli studenti
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